L’attacco a Repubblica – la Repubblica


Abbiamo chiesto a quattro giornalisti stranieri di commentare le parole del segretario della Lega. E quanto, quelle stesse parole, possano rappresentare una spia della debolezza delle nostre democrazie

in riproduzione….

Bill Emmott/ Ex Economist

“I leader populisti vogliono screditarci i giornalisti devono essere più uniti”

dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERA
LONDRA – “Purtroppo nei media c’è sempre più competizione e frammentazione, mentre i politici sfruttano le nostre divisioni. Perciò sarebbe fondamentale più solidarietà e unità tra noi giornalisti. Perché questo è un momento decisivo per il futuro della democrazia. Salvini, in questo senso, è peggio di Berlusconi”. Dopo l’ultimo attacco del leader della Lega a Repubblica, parla Bill Emmott, 63 anni, ex direttore dell’Economist, da sempre molto attento all’Italia.
Perché Salvini è peggio di Berlusconi?
“Perché quando questi politici populisti, come anche Trump, sanno di essere popolari, sfruttano il “popolo” per andare oltre leggi, giustizia e convenzioni, innescando una demagogia quasi dittatoriale. Nonostante la sua potenza mediatica, Berlusconi era meno ideologico. Salvini, invece, potrebbe volere anche pieni poteri un giorno”.

I media come possono difendere i valori di libertà e democrazia in questo contesto?
“Non è facile perché ora sono sotto attacco su due fronti. Da una parte ci sono i Salvini, i Trump, i Putin che, con la loro propaganda veicolata grazie a un uso massiccio e diretto dei propri profili social, mirano a screditare i media tradizionali e il loro concetto di “verità””.

E il secondo fronte?
“Sempre più partiti e cariche politiche erodono quotidianamente il ruolo istituzionale dei media, anche qui grazie a Internet, scavalcandone convenzioni, regole, centralità: vedi Boris Johnson quando, nell’ultima campagna elettorale, ha evitato l’intervista con Andrew Neil (il temibile giornalista della Bbc, ndr)”.

A Londra però di recente tutti i giornalisti parlamentari hanno boicottato, in segno di solidarietà con gli esclusi, un “briefing” del governo ristretto solo ad alcuni media.
“È stata una mossa davvero lodevole. Anche così si difende la democrazia. E ne beneficeremo tutti”.
rep

Editoriale

Salvini, il vittimismo dell’uomo forte
di EZIO MAURO

Christophe Berti / Le Soir

“Le minacce ai cronisti sono la prova che il giornalismo non è morto”

di ROSALBA CASTELLETTI
“Le minacce a Repubblica sono inaccettabili. Non dovrebbero accadere in un Paese europeo democratico. Ma sono anche la prova che il giornalismo non è morto. Le notizie che date, i fatti che denunciate sono importanti e hanno un peso, altrimenti i populisti non sarebbero così occupati a cercare di screditarvi e intimidirvi. Non dovete avere paura, perché sono loro ad aver paura”. Christophe Berti, direttore di Le Soir, il quotidiano più letto in Belgio, parla perfettamente italiano e segue le vicende del nostro Paese con grande attenzione. Raggiunto al telefono a Bruxelles, per prima cosa ci tiene a “esprimere a nome suo e del suo giornale la solidarietà a Eugenio Scalfari, Carlo Verdelli e all’intera redazione”.

Direttore Berti, che cosa pensa della recente escalation di minacce contro il nostro giornale?
“Sono molto attento agli attacchi alla libertà d’informazione. Purtroppo non accadono solo in Italia. Anche in Polonia non deve essere facile lavorare come giornalista. La scorsa settimana sono stato invitato a un evento sui whistleblower e ho detto che sono contento di lavorare in Belgio. Nell’ultimo indice mondiale della libertà di stampa siamo al nono posto. Non tutto è prefetto, ma le pressioni che subiamo non vanno oltre i normali rapporti con il mondo della politica e dell’economia.

Alla platea di giovani giornalisti presenti ho anche detto che devono essere vigili perché la libertà di stampa è un valore da promuovere, ma anche da difendere. Soprattutto, quando vedo quello che succede in Italia o in Polonia, penso che dobbiamo ricordarci che la libertà di stampa non è scontata”.

Vede una peculiarità italiana?
“Già da qualche anno in Italia la politica, e al di là della politica il dibattito pubblico in generale, non sono più sani: non è più un’idea contro un’idea, ma è violenza contro violenza. La società italiana è divisa. Non vedo la solidarietà di giornalisti ed editori. Non vedo un Ordine che parli a nome di tutti. Lo stesso Parlamento italiano nel suo intero non rispecchia quel che dovrebbe essere un Parlamento in Europa. C’è un esempio da dare quando sei un politico, ma anche quando sei un giornalista o un personaggio pubblico. Se l’esempio non viene dall’alto, è difficile che la società capisca che non tutto è lecito”.

Matteo Salvini ha evocato in Senato l’intervento di soldati in redazione. Potrebbe mai accadere in Belgio?
“Da ministro dell’Interno, Salvini voleva rimuovere la scorta a uomini come Roberto Saviano. Si può non pensarla allo stesso modo. Ma questa è democrazia: è proteggere anche la gente che non la pensa come te.

Capisco che certi slogan siano un modo dei populisti di catturare consenso. Non voglio dire che i social o la Rete siano il male, ma l’uso che ne fanno certi politici va gestito, comporta riflessioni e forse va cambiato. Perché il dibattito si riduce a una battuta nel migliore dei casi, a un attacco verbale nel peggiore, ma non si va avanti così in una democrazia”.

Quanto sono preoccupanti per una democrazia gli attacchi all’informazione?
“Non conosco un solo esempio al mondo dove gli attacchi alla stampa abbiano fatto bene al Paese. Sono sempre il segnale di uno Stato in crisi, di uno Stato debole. La libertà di stampa non è solo una parola, è un modo di vivere per una democrazia. Democrazia è libertà di stampa, libertà di sbagliare – certo, in buona fede, non per far del male, libertà di confrontare le opinioni, libertà di divulgare anche quello che può dare fastidio, seguendo sempre le leggi e la deontologia”.

La stampa come si può difendere?
“Contro i tentativi di destabilizzazione, la migliore risposta è continuare a fare il proprio mestiere, andare avanti, essere seri, seguire la deontologia – che è la nostra migliore difesa e la nostra migliore arma, andare al fondo delle notizie. Penso che la gente abbia bisogno di questo, di approfondimento, di andare al di là degli slogan.

Noi giornalisti sbagliamo quando trasformiamo i politici in personaggi pubblici o quando riferiamo tutto quello che fanno o che dicono dalla mattina alla sera per fare audience. Non bisogna lasciare lo spazio mediatico e lo spazio delle idee solo ai populisti, di sinistra o di destra che siano. Oggi essere moderato sembra quasi una debolezza, un difetto. Secondo me non lo è.

Gli stessi governi socialdemocratici europei non hanno fatto abbastanza per affermare i propri valori. Oggi è più facile capire uno slogan, ma la soluzione ai problemi reali è nel consenso e nella moderazione, non è mai negli slogan”.

 

Christophe Deloire / Reporters sans frontières

“C’è il rischio che le aggressioni verbali favoriscano anche la violenza fisica”
dalla nostra corrispondente ANAIS GINORI

PARIGI – “La deriva di attacchi verbali contro un giornale è sempre preoccupante perché può favorire la violenza fisica”. Christophe Deloire, segretario generale di Reporters Sans Frontières, aveva già lanciato mesi fa l’allarme sul clima di odio che rischia di scatenare indirettamente le minacce contro i giornalisti.

Ci spiega cosa vi preoccupa?
“Nelle nostre società democratiche sta accadendo quello che un tempo succedeva solo nei paesi in guerra. I giornalisti vengono considerati testimoni scomodi e si insinua l’idea che non ci sia più bisogno di loro perché è ormai possibile comunicare senza filtri né intermediari”.

Il suo è un paragone forte.
“Mi rendo conto ma purtroppo ci sono alcuni esempi che dovrebbero farci riflettere. Abbiamo visto in Slovacchia dove il primo ministro ha definito più volte “iene” i giornalisti cosa è successo: un reporter è stato ucciso. A Malta c’è stato l’assassinio di Daphne Caruana Galizia”.

Molti politici sostengono che è legittimo criticare i media.
“La critica non deve sconfinare nell’odio contro una testata o un giornalista. Così facendo si rompono alcune resistenze democratiche. E quando si indebolisce la funzione sociale dei media si lascia campo libero a chi vuole semplicemente eliminare i giornalisti”.

Il nuovo odio è legato all’ascesa dei populismi?
“La semplificazione populista tende a cancellare le regole più complesse dell’informazione. E con le nuove tecnologie, si rafforza la superiorità dell’emozione e della soggettività. Oggi, quando un giornalista va a verificare una notizia, spesso si attiva un meccanismo per diffondere una contro-verità. Il disordine informativo favorisce la diffidenza e a volte l’odio contro i giornalisti”.

Vede qualche segnale positivo?
“La nuova commissione europea ha annunciato un European Democracy Action Plan per difendere l’informazione libera. Con Rsf abbiamo lanciato il progetto Information & Democracy insieme all’Onu: hanno aderito una trentina di paesi, tra cui l’Italia. Penso che una parte dell’opinione pubblica stia realizzando quale sia il pericolo”.
 

Yavuz Baidar / Ahval

“La svolta autoritaria di Erdogan iniziò con la repressione dei media”
di MARCO ANSALDO

Yavuz Baydar, in Turchia la crisi della democrazia sotto Erdogan com’è cominciata?
“Non subito, cioè all’inizio del suo mandato. Ma quasi dieci anni dopo. Perché fra il 2002 e il 2011 ci fu un’apertura: pluralismo, critiche a un’entità intoccabile come l’esercito, spiragli su questione curda e problema armeno”.

Yavuz Baydar oggi è il direttore di Ahval, sito online specializzato sulla Turchia, oscurato in patria. Difatti Baydar vive all’estero da anni. È stato ombudsman, cioè garante dei lettori, per il quotidiano Sabah, fino a quando il giornale non fu acquisito dal fratello del genero di Erdogan. Come fellow alla Kennedy School di Harvard ha scritto forse lo studio più accurato sui media in Turchia.

Quando è cambiata la situazione?
“Quando l’allora premier non trovò più resistenze nella stampa. E, nel 2013, la repressione si manifestò con tutta l’evidenza”.

Fu Gezi Park il punto di svolta?
“Sì, perché in quella fase lui cominciò a fare nomi e cognomi dei giornalisti. E i diritti di assemblea e le libertà di manifestazione vennero sfidate apertamente”.

In che modo?
“Erdogan interveniva direttamente sui direttori: prima delle tv, Haber Turk, CnnTurk, Ntv, la statale Trt. Poi sugli editori”.

Ci fu la famosa telefonata in cui il proprietario del quotidiano Milliyet si mise a piangere al telefono per i rimproveri: “Ti ho fatto arrabbiare, capo? Che cosa dobbiamo fare?”.
“Quella fu la fine di Milliyet, che era stato un grande giornale. Quindi Erdogan passò a far licenziare i giornalisti uno per uno, molti arrestandoli. Io venni cacciato e dovetti riparare all’estero”.

Alla conferenza sui Dialoghi Mediterranei a cui partecipava il ministro degli Esteri turco, lo scorso dicembre in un grande albergo di Roma, le fu impedito di entrare?
“Proprio così. E furono le autorità italiane, evidentemente mosse da quelle turche. Una cosa inconcepibile, scandalosa per un Paese democratico”.

Quali sono i dati sui giornalisti turchi oggi?
“I licenziati 8mila, in carcere 130. Siti e blog bloccati 54 mila. Gli archivi digitali distrutti: una cosa barbarica”.

 

Source link